Il fantasma di Murat cerca vendetta vagando di notte all’interno del castello. Dalla navata laterale della chiesa si sentono rumori di catene e poi si scorge una luce, è il suo spirito che proferisce parole incomprensibili.
Il castello aragonese di Pizzo, ora adibito a museo, è la dimora del fantasma di Murat. Eretto nella seconda metà del XV secolo da Ferdinando I° d’Aragona, il maniero ha due torrioni cilindrici angolari, la principale detta torre mastra, è di origine angioina (1380 circa).
L’edificio massiccio ha corpo quadrangolare, con casematte e pianterreni, che scende perpendicolare sulla rupe dalla parte del mare, mentre dal lato opposto è circondato da un fossato, sul quale è posto il ponte levatoio e la porta di accesso. La fortezza era dotata di camminamenti che conducevano all’esterno della città e fu costruita per difendere la costa dagli assalti dei nemici.
Durante il periodo napoleonico, il generale francese, Re di Napoli e maresciallo dell’Impero, Gioacchino Murat venne fatto prigioniero da Ferdinando IV di Borbone e rinchiuso nel castello aragonese, e qui il 13 ottobre 1815 fu fucilato.
Di fronte al plotone d’esecuzione si comportò con grande fermezza, rifiutando di farsi bendare. Le sue ultime parole furono: “Sauvez ma face, visez mon cœur, feu!“, tradotto in “Risparmiate il mio volto, mirate al cuore, fuoco!“.
All’interno dell’edificio si possono ammirare le splendide ricostruzioni storiche a testimonianza di quei tragici avvenimenti.
Gioacchino Murat, oltre a essere cognato di Napoleone Bonaparte, fu Re di Napoli e in un estremo tentativo di riconquistare il regno, domenica 8 ottobre 1815, sbarcò alla marina di Pizzo nel vano tentativo di far sollevare la popolazione contro Ferdinando IV di Borbone.
Murat e il suo drappello di uomini furono sopraffatti e imprigionati nel castello, e dopo un processo sommario, il re venne condannato alla fucilazione dalla Commissione Militare, disposta per forza di legge dal Governo Borbonico. Fu fucilato mezz’ora dopo la condanna! “Seppe vincere, seppe regnare, seppe morire”, scrisse in un’epigrafe il Conte di Mosbourg.
La leggenda mantiene il segreto sulla fine del corpo di Murat, alcune voci dicono che fu gettato in una fossa comune nella navata centrale della chiesa di San Giorgio, altri affermano che i poveri resti del generale siano sepolti nella fossa comune del cimitero; per altri ancora il suo corpo decapitato fu gettato a mare, mentre la testa fu inviata a Ferdinando di Borbone.
Tra gli abitanti del posto si tramanda la storia che per un lungo periodo di anni, lo stesso giorno e alla stessa ora quando la flotta del Re fu sorpresa dalla tempesta, uno strano fenomeno atmosferico si verificava puntualmente con lampi e tuoni: era “a tempesta i Giacchinu”.
Di certo c’è che il fantasma di Murat non ha abbandonato il castello di Pizzo, e di notte si sente il rumore di catene provenire dalla navata centrale della chiesa, forse il suo spirito chiede vendetta.
Tra gli avvistamenti è stato segnalato anche il fenomeno di una luce improvvisa che rischiara l’ambiente e il fantasma vestito di ermellino che volteggia in aria, mentre in sottofondo si sentono parole sconnesse.
“Mirate al petto … non al viso“, furono le ultime parole eroiche pronunciate prima di morire, senza paura. Il fantasma di Murat è ancora nell’eterna ricerca della sua vendetta …
Diciamo che era talmente vanitoso ed orgoglioso della sua bellezza da preoccuparsi ne fino in punto di morte
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